A volte mi piace condividere qui sul blog qualche riflessione su articoli scientifici che cerco quando, nel mio lavoro, mi pongo delle domande e voglio capire meglio cosa ci racconta la ricerca. Non lo faccio per trasformare questo spazio in una rivista accademica, ma perché la ricerca, quella fatta bene, con campioni ampi, strumenti validati e analisi statistiche solide, ci offre spesso uno sguardo più nitido su ciò che viviamo ogni giorno con i ragazzi, le famiglie, le emozioni, le fragilità.
Mi piace leggerli, farli decantare e poi raccontarli in modo semplice. Ricordiamoci sempre che si tratta di studi, quindi di dati aggregati, tendenze, probabilità. Non parlano di un singolo adolescente, ma di ciò che accade quando osserviamo centinaia o migliaia di storie insieme. È proprio lì che la statistica diventa interessante e ci mostra ciò che spesso vediamo, ma con una lente più ampia e più rigorosa.
La dipendenza da Internet è diventata una delle forme più diffuse di disagio adolescenziale e non si manifesta solo come “mio figlio sta troppo tempo online”, ma come un modo di regolare emozioni difficili, sfuggire a tensioni familiari o scolastiche , trovare un senso di appartenenza quando quello reale sembra fragile.
Lo studio di Müjde Kerkez e colleghi, pubblicato di recente nel 2026 sul Journal of Child and Adolescent Psychiatric Nursing, offre una prospettiva che sposta l’attenzione dal comportamento del ragazzo al contesto in cui quel comportamento nasce.
Gli autori hanno coinvolto adolescenti tra i 12 e i 18 anni, analizzando la qualità dell’ambiente familiare, il livello di dipendenza da Internet e le strategie di coping ( che sono le strategie di adattamento che ognuno di noi attua in situazioni nuove, critiche o complicate) utilizzate per affrontare lo stress. È un approccio che permette di vedere la dipendenza digitale come un fenomeno che si crea unendo relazioni, emozioni e risorse personali.
Il risultato più evidente è che gli adolescenti che vivono in famiglie poco coese, conflittuali o emotivamente chiuse mostrano una maggiore vulnerabilità alla dipendenza da Internet. Quando la casa non è percepita come un luogo accogliente, dove si può parlare, essere ascoltati e condividere ciò che si prova, Internet diventa un rifugio. Questo non accade tanto per svago o divertimento, quanto per anestetizzare emozioni che non trovano spazio altrove. È un modo per non sentire, per non pensare, per non esporsi. Di fatto, si tratta di una fuga!
Lo studio mostra anche che le strategie di coping (di adattamento) giocano un ruolo decisivo. Gli adolescenti che tendono a evitare i problemi, ritirarsi, chiudersi o reagire in modo passivo sono più esposti alla dipendenza digitale. Non perché Internet sia di per sé pericoloso, ma perché diventa la via più semplice per gestire lo stress quando non si possiedono strumenti più efficaci. Al contrario, chi ha sviluppato modalità di coping più mature,come ad esempio cercare supporto, parlare, affrontare i problemi, regolarsi, tende a usare Internet in modo più equilibrato. E queste competenze, non a caso, sono più frequenti negli adolescenti che vivono in famiglie dove la comunicazione è più aperta, il conflitto è gestito in modo costruttivo e l’espressività emotiva non è vissuta come una minaccia. *Che tradotto in soldoni significa che si può litigare, arrabbiarsi e sbraitare ma l’ evoluzione del contrasto avrà una risoluzione rispettosa del punto di vista di tutti.
Ciò che rende questo studio particolarmente interessante è la sua capacità di mostrare la dipendenza digitale come un sintomo relazionale. Non come in difetto dell’adolescente, né un problema legato a qualche mistero tecnologico. È un segnale che qualcosa, nel sistema familiare o nella regolazione emotiva del ragazzo, ha bisogno di attenzione. Quando le relazioni sono di sostegno, di ascolto e di confronto, Internet rimane solo uno strumento, quando questo non accade Internet diventa un rifugio.
Da psicoterapeuta, trovo che questo studio confermi ciò che spesso emerge nel lavoro clinico, ovvero che la tecnologia non crea dipendenze ma amplifica fragilità. Internet diventa un anestetico quando le emozioni non trovano un posto dove essere elaborate e accolte, diventa un rifugio quando le relazioni non sono abbastanza presenti emotivamente è un sostituto quando il mondo offline non offre abbastanza nutrimento.
La domanda che dovremmo porci non è “Perché questo ragazzo usa troppo Internet?”, ma “Di cosa ha bisogno che non sta trovando altrove?”.
La dipendenza digitale è una porta di ingresso che ci i invita a guardare più in profondità nel contesto di vita, nelle emozioni, nelle risorse, nei legami. Ed è qui che si gioca la vera prevenzione.